giovedì 8 novembre 2007

Le faremo sapere (di nuovo)

Vedere il nuovo manifesto dello Zio Sam coll'indice puntato che recita:
Presentati là, che stanno cercando una ragazza fatta così e cosà per una cosa che se te lo dico non ci puoi non penzà! Preparati un pezzo e dove ti porta il cuore và! Fai un po' quel che vuoi, secondo tua sensibilità, non ci sono preferenze, diciamo uno triste e uno allegro pé cantà!
(Triste. Non si dice triste di un pezzo. Semmai drammatico. A meno che non lo si fa da cani, allora sì, in quel caso è triste.)
Ma comunque, armarsi di buona volontà e prendere il treno. Arrivare in stazione. Camminare camminare. Perdersi. Ah, no, ritrovarsi.
Arrivare sul luogo dell'appuntamento. Riconoscere che è il posto giusto dal fatto che ci sono due tizie che aspettano fuori in abito da sera, nero, lungo. Le due in lungo fumano per stemperare la tensione. Tengono in mano una bottiglietta a testa, per sciacquare l'ugola dopo aver fumato. Scommettere la testa che hanno anche una dose di propoli nascosta nella borsa. Vederle sicure ed eleganti nelle loro mise da gran gala nel primo pomeriggio assolato.
E guardarsi in una vetrina e riconoscersi come una appena scappata di casa. Jeans e scarpe da tennis, sudata. Attendere fuori e attaccarsi al telefono per ingannare l'attesa. Decidersi a entrare dopo dieci minuti. Più nessuno. Udire una voce alle mie spalle che dice "Desidera?". "Venghino le frutta!!!" sentirsi di rispondere, ché ci si è già calati nella parte.
Vedere poco dopo sopraggiunge la regista che saluta con un vocione profondo e catarroso: "vieni che ci sediamo". Sentirsi chiedere un po' di cose in una stanzetta illuminata da luce al neon. Dove abiti. Che fai. Come ti chiami. Con lei che dopo ciascuna domanda fissa per una manciata di secondi. Capire alla quinta domanda che lo fa perchè si aspetta di sentir parlare, e molto. Ma rendersi conto che è difficile attaccarsi a domande anagrafiche per parlare di sé ed estendere il discorso a progetti, ambizioni, personalità, carisma, carattere. Iniziare a sudare.
Eppure farlo, nonostante tutto. Parlare degli ultimi spettacoli e della visione del teatro contemporaneo e di cosa esso significhi, delle compagnie viste/sentite e della concezione personale del lavorare insieme. Pensare ehi vado alla grande. Pensare ehi sono ad alto rischio di noia. Buttar lì qualche miseranda battutina. La settimana è stata dura per tutti.
E finalmente andare in teatro. Finalmente. Il silenzio e il buio e la polvere e nient'altro.
Fare il pezzo preparato. Terminarlo. "Ora prendi questo e leggi". Ricevere in mano un dialogo. A occhio e croce, Shakespeare. Parla di un certo Enrico. L'Enrico IV, o forse l'Enrico VII. Rendersi conto che la memoria vacilla. Leggere meglio il testo alla ricerca di indizi filologici. Un certo Enrico che è stato ucciso, la sua inconsolabile vedova piange e inveisce contro l'assassino del marito. Eh, sai che novità. Sperare di non dove partecipare a un quiz a sorpresa sul titolo. Rabbrividire.
"Dàgli un'occhiata mentre io chiamo la spalla".
Veder arrivare un tipetto tutto impettito con il colletto della camicia abbottonato fino all'ultimo bottone, che cammina a gambe strette e in mano tiene il copione. Dire "ciao" e sentirsi rispondere "buonasera, buonasera". Restare di stucco di fronte a tanta deferenza. Figurarsi che possa essere il primo attore della compagnia. Sbalordire. Mmm, diffidare un pochetto.
Far partire lui per primo: "O signora, la vostra bellezza è pari solo alla vostra crudeltà". Stupire di fronte a The School of the Art of the Lollis. Osservare meglio il soggetto: forse dal pantalone spunta ancora un pezzo di calzamaglia nera.
Arrivare in fondo alla scena e posare i copioni. Ritenere di essere stati abbastanza bravi. Essere consapevoli che ciò significa che si è fatto abbastanza schifo.
Scendere dal palco e sentirsi porre dalla la regista la solita domanda di rito: "sei impegnata nei prossimi mesi?"
Aver voglia di rispondere.
Io? Certo che no. Non faccio nulla. Sto a casa ad aspettare che mi chiami tu. E nel frattempo mi cibo delle radici che crescono spontanee sul ciglio dei fossati e dormo in quella pittoresca cascina diroccata fuori città.
Abbassare il capo.
"No, non sono impegnata".
Fine primo atto.
A bere al bar.
Tentar di recuperare un po' di dignità.
Ripercorrere la scorsa puntata del "le faremo sapere" come un film.
Bravi gli attori, peccato la sceneggiatura che non li valorizza.

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Di Tengi |

10 Commenti:

  Alle 9:29 PM Anonymous Annalisa ha fatto una pausa per dire:
C'ho un po' di propoli qui... Lo uso perle tonsille, io. Ne vuoi? Offro volentieri...
  Alle 9:52 AM Anonymous Domiziano Galia ha fatto una pausa per dire:
Io ti avrei presa solo perché eri in jeans e sudata.

Ma io non faccio testo, ti avrei preso anche se fossi stata sporca e puzzona.
  Alle 10:12 AM Blogger majorTom ha fatto una pausa per dire:
Già e se poi ti pigliano lasci quello stupendo lavoro che ti offre la possiblità di avere questo blog e questi (e)lettori?
Naaaaaaa........
  Alle 10:53 AM Anonymous grappoli ha fatto una pausa per dire:
The School of the Art of the Lollis

mamma mia che mi hai fatto ricordare...spero in una risposta positiva, anche se forse recitare nell'ambiente che hai appena descritto non e' certo il massimo...
  Alle 1:06 PM Anonymous Anonimo ha fatto una pausa per dire:
Perchè?
Perchè andare a fare un provino?
Che conosci la regista, la compagnia, il testo? Una di queste cose ti hanno contaminato l'anima?
O essere presi vuol dire davvero lasciare l'odiato/amato lavoro?
O è un mettersi alla prova, nè più nè meno mettersi alla prova, vedere se si è capaci di affrontare uno/a sconosciuto/a che ti deve giu-di-ca-re!

Io? Me la faccio sotto ;-))))) e riempio di giustificazioni il mio non andare ai provini.
Chissà, forse un Nekrosius lo affronterei, ma sai che succederebbe? Che non avendo più fatto provini non conoscerei la situazione, non darei il massimo, e probabilmente "la mia unica e ineguagliabile capacità artistica" (da dirsi alla De Lollis) non verrebbe capita-apprezzata o meglio, non riuscirei a farla uscire neanche dal buco del c.
Ciao, sono felice e contento, ma mi incazzo ancora quando penso a come si fanno i provini di solito.
Ah, naturalmente anche a Belluno ho fatto un provino, ma mi hanno preso perchè abbiamo fatto una ciacolada di mezz'ora prima, e poi, com pletamente a mio agio, sono salito sul palco.
Soli
  Alle 3:03 PM Blogger Tengi ha fatto una pausa per dire:
tu puoi permetterti di avere paura ai provini, perchè fai l'attore!
:-)
baci e grazie di essere passato
Tanta merda!
(chi lo sa perchè si dice merda in teatro?)
  Alle 6:44 PM Anonymous Mitì ha fatto una pausa per dire:
Che pezzo avevi preparato, tu? :-*
  Alle 11:21 PM Blogger Tengi ha fatto una pausa per dire:
Monologo da "La brocca rotta" di Kleist.
  Alle 4:53 AM Blogger Cate ha fatto una pausa per dire:
Ma glie lo hai fatto vedere il trifoglio di carne come la nancy Brilli?
  Alle 2:31 PM Anonymous Anonimo ha fatto una pausa per dire:
Si dice "merda" perchè significava tanta gente a teatro. Quando è nata l'espressione la gente arrivava in carrozza e quindi più merda c'era e più persone erano arrivate.
Viola invece porta sfortuna perchè durante la Quaresima (paramenti di questo colore)non si potevano fare rappresentazioni teatrali, per cui nessun soldo per gli attori