venerdì 27 aprile 2007

First Mockinbird Party

Come promesso.
Sono le 16: ora tipica per le festicciole in ufficio.
E anche all'Ufficio Tengi si è deciso di organizzare una festicciola, per quei pochi disperati che sono al lavoro, tristi e scazzati, in questo venerdì di ponte.
Io ho scritto i nomi sui bicchierini di carta. Marlene ha detto che porta la torta al cioccolato. Attendo il vino di Maldi e di Fede.
Chi ha un CD player? Che musica ascoltate di solito nei vostri party aziendali?
E di cosa parlate? La buttiamo sul sesso? Tanto non c'è nessuno in giro oggi pomeriggio.

Dai, vi apro la porta del mio ufficio.
Benvenuti al Primo Party ufficiale di Ufficio Tengi.

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Mockinbird

1/40 contatti in linea sul Messenger stamattina. Capisco. Ma non giustifico.
Oggi giornata fiacca, fratelli, poca voglia.
Il popolo di Cadorna (Cadorna's People), quello che sbarca da e verso la metropolitana in quella famigerata stazione Verde, ridotto a qualche sparuto esemplare che non ha ancora capito qual è il proprio posto nel mondo.
Mi aspetta una valigia sul letto, quella di un lungo viaggio.
Credo dedicherò buona parte della mattinata a tradurre in inglese il curriculum di un fratello. Me lo ha chiesto, glielo devo. Massimo rispetto per chi se ne vuole andare, sempre.

Aggiornamento
: l'orario delle tristi festicciole in ufficio è tipicamente le quattro del pomeriggio. visto che siamo in pochi raccogliamoci. appuntamento qui alle 16. io porto un Pasticcino. ciao.

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giovedì 26 aprile 2007

L'alba dei morti viventi

Stamattina l'atmosfera era irreale.
Sotto casa mia c'erano un sacco di posti auto liberi.
Potere del Ponte del 25 aprile. Il Ponte tra la vita che hai e la vita che vorresti. Sotto, lungo il fiume, scorriamo noi.
Un silenzio un po' pesante.

Una coppia litigava per strada, in abiti casalinghi da ferie, i loro problemi come quelli di tanti altri. Non hai capito come sono io. Io ci sono sempre per te, e tu? Ponte Litigarello. Perchè accade che restiamo compressi come dei cuscini sottovuoto e ci sfoghiamo solo durante i giorni di ferie? Basta una giornata senza lavorare e l'ego si riespande, si riappropria dei propri spazi, getta lo sguardo verso i propri smisurati confini, riscopre i proprio bisogni, i propri desideri. E scopre di essere incazzato come una iena.

Gente mai vista prima in giro per le strade, strani personaggi che vedi solo nei giorni di vacanza. Cani sconosciuti a passeggio, che di solito i cani sono una costante del quartiere. Oggi, invece dei soliti, c'erano strani meticci scodinzolosi, cagnetti piccoli mai visti in giro. E si muovevano come se fossero a loro agio, come se conoscessero bene la zona, i bastardelli.

La metro era sempre piena di gente, ma con una composizione differente. Anzichè i soliti impiegati, c'erano ragazzi e ragazze giovani, stranieri, persone con l'aria da gita, con l'aria di divertirsi un sacco, gli stronzi.
Io, una ninna nanna (di Eminem, strano a dirsi) nelle orecchie. E pensieri. Viaggio verso il canile. Oggi i cani saranno più affamati del solito, mi dico. Oggi più degli altri giorni percepiranno di essere in gabbia.
Canile rabbioso.
Pollaio nervoso.
Ecco l'Ufficio di oggi.

Sono giornate sospese. Oltre che giornate in cui ti girano tremendamente le palle.

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martedì 24 aprile 2007

Al Mercatone Uno

Si è appena concluso il Salone Internazionale del Mobile, punto di tangenza del design di tutto il mondo, per il quale è stata inaugurato in pompa magna e nella sua totalità il nuovo polo fieristico milanese di Rho. Per una settimana Milano è stata teatro di miriadi di eventi disseminati per tutta la città: gli appuntamenti del Fuori Salone, le installazioni speciali, gli arredi urbani, gli affollatissimi concerti di gente che mette il piede in Italia una volta ogni cinque anni, e poi ancora performance, ospiti internazionali a piede libero per il centro... Per una settimana, Milano al centro del mondo come non mai.

Persino qui da noi, nella steppa, sono giunti fortissimi echi del fermento che ha follemente animato la città. Anche qui ne abbiamo parlato, ovvio. Il fatto che siamo finiti a lavorare fuori Milano non significa che abbiamo cessato di godere della vitalità della città. Non significa che siamo diventati dei provinciali. Non significa certo che pensiamo solo al lavoro e la sera ci chiudiamo in casa a guardare DVD, che diamine. Perchè noi siamo vitali impiegati metropolitani.
E così nei giorni scorsi, a dimostrazione di quanto dico, mi è capitato di udire la seguente telefonata:
"Roberta, scusa se ti disturbo. Ho difficoltà a trovare un albergo per stasera, non so perchè... credo che in questi giorni ci sia una cosa dei mobili qui a Milano... ci pensi tu per favore?"

Una cosa dei mobiliiiiiii?

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaargh!

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lunedì 23 aprile 2007

Le mie vezzose scarpette madrilene

Le mie vezzose scarpette madrilene sono molto belle.
Le mie vezzose scarpette madrilene le ho comprate a Madrid. Le ho desiderate sin dal primo momento in cui le ho viste in vetrina. Costavano poco e facevano molta scena. Fanno molta scena anche indossate, non solo in vetrina. Le mie vezzose scarpette sono state un vero affare.

Le mie vezzose scarpette madrilene sono vezzose. Mi fanno sentire molto carina quando le ho ai piedi. Io cammino e i tacchi delle vezzose scarpette fanno "tic- tic" sul selciato, sicché tutti si accorgono del mio passaggio. In ufficio invece fanno "toc-toc" oppure "stic-stac", a seconda del pavimento. Ma ugualmente sono vezzose e ugualmente tutti si accorgono del mio passaggio. Le mie vezzose scarpette mi annunciano.

Il tacchetto delle mie vezzose scarpette è quello tipico di una scarpetta vezzosa. E' abbastanza alto, altrimenti non donerebbe l'effetto vezzoso a chi la indossa. Se il tacco fosse rasoterra le scarpette non sarebbero vezzose, sarebbero solo pratiche. Ma non vezzose. Il tacchetto delle scarpette poi oltre a essere alto è anche sottile. La sottigliezza del tacco è importante tanto quanto l'altezza, per dare l'effetto vezzoso. Se il tacco è grosso come un tronco dove sta la vezzosità?

Le mie vezzose scarpette madrilene sono scarpette. Non scarpe o scarpini o scarponi, sono proprio delle scarpette. Scarpette perchè hanno la punta un po' arrotondata che fa il piedino bello e vezzoso, e poi perchè hanno un colore da scarpetta, un tenero azzurretto-bluetto.

Insomma, con quel coloretto tenerino, con quel tacchetto sottilino, con quella puntina rodondetta e incastonata la gemmina, le scarpette vezzosette par che dicano ogni giorno "Indossaci anche stamattina".

Le mie vezzose scarpette madrilene, oltre ad essere vezzose, madrilene, e pure scarpette, sono scomode come il diavolo. Mi par quasi di sentirlo, il Lucifero dello scarpino, che mi dice "O tu bella vezzosetta, dove vai con quella scarpetta? 'Spetta 'spetta che in quello scarpino ci vo' metter io il mio zampino!".
E così dopo dieci minuti di cammino sculettoso, ecco che nella scarpetta sembra ci stian due piedi, il mio e lo zoccoletto del diavoletto. Ma le vezzosette son troppo piccole per due piedi, soprattutto se uno dei due è il piedino caprino del diavoletto delle scarpette.
Sicchè le scarpette cominciano a farmi un male, ma un male, che con far invero poco vezzoso inizio a camminar come fossi sulle uova. Le ovette delle scarpette. Il far vezzoso diviene frettoloso, e arrivata che sono all'odiata scrivania, infilo le gambe sotto il tavolo e sfilo le scarpette madrilene, per far rifiatar i gonfi piedi. Finché giunge il momento di rinfilar le vezzosette, e scopro che lo zoccoletto del diavolino è ancora lì che m'aspetta, che aspetta il mio piedino.

E dopo una giornata di agonia luciferina,
col piede rattrappito dall'alba all'ore sette,
sebben sì belle siate, invero di mattina,
mai più vi metterò, madrilene vezzosette.

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venerdì 20 aprile 2007

I portinai di Milano

I portinai di Milano sono una razza a parte.

I portinai di Milano fanno una cosa che non ho mai visto fare in nessun'altra città: lavano il marciapiede. Prima spazzano con cura, e quindi insaponano, strofinano e sciacquano con abbondanti secchiate d'acqua il pezzetto di marciapiede antistante l'ingresso dei rispettivi palazzi.
Sono molto abili, perchè riescono a limitare i confini del lavaggio al solo fazzoletto di marciapiede di propria compentenza, facendo attenzione a che la saponatura non sbordi nel terreno demaniale del vicino, per evitare di lavorare anche per gli altri condomini. E così, l'insaponatura biancastra di cui essi cospargono la propria passatoia segue dei confini nettissimi che sembrano tracciati col righello, come quelli di qualche stato dell'Africa: delimitazioni assolute e squadrate decise a tavolino da queste menti geniali al momento del loro insediamento condominiale (il mio confine orientale si estende sino alla linea immaginaria che va dal panettone alla punta della foglia d'acanto del fregio corinzio dello stipite del portone, e per il lato occidentale prendo come limite estremo la fine della banchina dell'autobus. Includo anche il cestino della carta straccia se il portinaio del civico 12A si porta sino al mio rastrello delle biciclette. Sottoscriviamo?)
La cosa curiosa è che siffatte attenzioni maniacali non sono rivolte giustamente verso preziosissimi e delicatissimi marciapiedi di pietra locale, come sarebbe giusto, bensì verso lunghe e tristi strisciate di asfalto. Essì, perchè nell'allegra Milano i marciapiedi sono per la maggiorparte fatti di asfalto. Non in pietra come in altre città. Proprio asfalto: grigio, liscio o sassoso a seconda che sia fresco o levigato dalle nostre scarpe. Ma come si fa a lavare l'asfalto? Che senso ha lavare l'asfalto? Eppure, essi lavano.
La mattina presto escono dai loro sgabbiotti al piano terra per dare inizio al rito della lavanda del marciapiede. Si recano al loro portone armati di secchio e spazzolone e iniziano la loro opera di purificazione del marciapiede dalle nefandezze prodotte dall'uomo.
Quelli che hanno la sventura di lavorare in palazzi abitati da taccagni sono dotati di spazzolone grattatutto e secchio con soluzione satura di Aiax. Al che tirano gran secchiate di acqua saponata sul marciapiede e passano col grattatutto. Dopodichè, sciacquano.
I portinai più ricchi invece hanno facoltà di uccidere: attaccano un bel tubo di gomma ad una qualche presa d'acqua e si dilettano nel lavaggio spruzzando acqua a tutto spiano.
Li incontri di mattina presto, belli sereni, ben piantati sulle gambe, le reni arcuate, si tengono la schiena con una mano e con l'altra fanno come Grisù, ruotano sul proprio asse naturale vertebrale, innaffiando d'acqua il beneamato supporto al passeggio.

Come se facessero un'immensa pipì, pensosamente.

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giovedì 19 aprile 2007

Troppi ammiratori

Messaggio dall'Amministratore del Sistema.
La cassetta postale ha raggiunto le dimensioni massime consentite.

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mercoledì 18 aprile 2007

Puzze

A causa di un problema con il sistema di deumidificazione che non è stato correttamente messo in esercizio riempiendo i condotti di acqua, nei nostri uffici viene diffusa aria proveniente da tubature vuote che pescano direttamente nelle prossimità di un pozzetto nero il quale raccoglie, tra le altre cose, anche gli scarichi dei cessi del sotterraneo.
Da ieri, insopportabili miasmi di cloaca offendono le narici di chi si avventura lungo il corridoio che porta al mio ufficio. E c'è una puzza terribile di fogna con bollito di topo morto che accoglie i visitatori non appena entrano nello stabile. Il simpatico afrore di merda si spande per ogni dove appestando l'aria già resa pesante dai colleghi, dal lavoro, dallo stato di cattività in cui versiamo.
Unica consolazione: poichè non hanno ancora inventato i filtri per le nari, mi conforta il fatto che siamo tutti uniti sotto un'unico cielo color grigio pantegana: sottoposti e dirigenti, operai e segretarie, passacarte & passacarte.
Moderni contrappassi danteschi del mondo aziendale. Con largo anticipo, ci si offre un'anteprima terrestre del girone che ci attende, il girone degli Ufficiosi. Popolo d'ufficio, la pena infernale sarà la puzza di chiavica eterna ad opprimere l'olfatto, contrappasso dovuto a chi non ha saputo guardare, annusare e assaporare il mondo che si trova al di là del proprio naso, oltre il confine della scrivania.

Oltre il danno, la puzza.

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martedì 17 aprile 2007

The Simpsons

- Smithers, chi è quella donna?
- Si chiama Tengi, Mr Burns. Reparto 16d.
- Interessante… da quanto tempo lavora per noi?
- ...diciamo che non si è ancora abituata, signore.
- Ah no? E che cosa fa?
- Alterna momenti di euforia lavorativa a momenti di depressione solipsistica.
- Tipico. Ha già trovato una "valvola"?
- Credo di si, signore. Fonti attendibili mi dicono che ha aperto un blog.
- Ah, eccellente. Non è l'unica del resto. E di cosa parla nel suo blog? Cuore, tecnologia, musica?
- No, signore. Parla di ufficio, signore.
- ... di ufficio?
- Si, signore. Lavoro d'ufficio. Sostiene che è contronatura.
- Ma come? Non parla di storie d'amore, non parla di sesso? Tutti parlano di sesso! Non recensisce libri o film?
- No. E se mi permette, signore, so che scrive in orario lavorativo.
- Smithers, non sia idiota. Un sacco di impiegati fanno altro durante il lavoro.
- Ha ragione, signore. Mi permetto a proposito di ricordarle l'emergenza del download selvaggio di film del reparto 4f.
- Ma io mi domando come si faccia a tenere un blog sull'ufficio…
- Non lo so signore, in effetti pare strano anche a me. Speriamo che si stanchi presto, signore.
- Non mi dire cosa devo fare, Smithers. Chiamatemela.
- Ma signore…
- Chiamatela, ho detto. Voglio solo farci due chiacchere.
- Si, signore.
- E speriamo che si stanchi presto.

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lunedì 16 aprile 2007

Assenteismo piaga sociale

Da "Metro" di oggi:
Assenti per Malattia mentono 4 su 5
E' vero, secondo i datori di lavoro, appena il 20% delle malattie dichiarate dai propri dipendenti quando si assentano per influenza, mal di testa o esaurimento. E così, per correre ai ripari, in tutt'Europa si stanno sperimentando incentivi che convincano il personale a non darsi malato.
Ecco, io ho già un dubbio sul senso della preoccupazione relativa all'assenteismo dilagante espressa da questo trafiletto. Scusate, perchè i datori di lavoro dovrebbero contrastare l'assenteismo studiando appositi incentivi? Perchè? Si sta così bene quando si è in pochi in ufficio! E molto spesso si lavora di più e meglio. Quando si è in tanti si fa solo un gran casino. E se la gente vuole starsene a casa, che se ne stia a casa. Peggio per loro quando dovranno rientare dopo la finta malattia.
Poi. Mostratemi un uomo che si assenta dal lavoro per "mal di testa" e gli stringerò la mano. Voglio dire, a parte i casi devastanti di cefalea a grappolo, come si fa a portare all'ufficio del personale un certificato recante la dicitura "mal di testa"??? Vabbè che i medici ormai ti firmano di tutto senza manco guardare se sei un uomo o un'ameba, ma proprio per quello non sarebbe il caso di inventarsi qualcosa di più credibile? Ci credo che poi si finisce ad ingrossare la percentuale degli assenteisti in sondaggi beoti come questo!!! Un po' di fantasia, suvvia, che non siamo più a scuola!!!
Massimo rispetto invece per l'"esaurimento". Ecco, io all'esaurimento ci credo, sempre. L'esaurimento in tutte le sue forme. Basta che mi guardi intorno qui in ufficio. C'è chi mostra Tic nervosi mentre scrive al PC (per riallacciarmi al post precedente), chi parla solo con termini inglesi (kick off, short list, mandami un calendar), chi gode nel mandare a quel paese i colleghi: per me sono tutte forme di esaurimento. Fossi io il datore di lavoro, lascerei a casa mezza azienda.
In una società fondata su meravigliosi lavori aziendali indentificabili per lo più come "mansioni passacarte" e tutti tranquillamente eseguibili da qualunque primate dotato di pollice opponibile, ci stupiamo che esistano forme di alienazione classificabili come "esaurimento"? Ma perchè? E' nella naturale evoluzione delle cose. Ragazzi, sono i nostri Tempi Moderni. Le catene di montaggio del nuovo secolo. La nostra Metropolis quotidiana, in cui viviamo, lavoriamo e soffriamo. Giorno dopo giorno. Dopo giorno. Dopo giorno.

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sabato 14 aprile 2007

Conseguenze del lavoro d'ufficio

Banchina della metro.
Arriva da lontano, e ad un primo sguardo tutto quadra in lui.
Impermeabile chiaro, capelli grigi, pantaloni, scarpe, valigetta portadocumenti.
Posa la valigetta per terra, di fronte a sè. La guarda. Fa un passo indietro continuando a guardarla. Un altro passo indietro e la valigetta è a un metro e mezzo di distanza. Alza la mano e se la porta davanti al naso. Si accarezza il setto nasale. Si accomoda l'impermeabile alzando l'altra spalla, la destra, come se il paltò gli fosse scivolato all'indietro. Ma non gli è scivolato all'indietro. Di nuovo alza la mano e se la porta davanti al naso. Di nuovo alza la spalla destra. Si accarezza il naso sfregandolo tre volte ritmicamente: uno, due, tre. Alza la spalla destra la quale si porta dietro il braccio. Piega la testa di lato. Alza la mano. Sfrega il naso. Sfrega il naso. E sfrega il naso. A ritmo costante. Sfrega. Sfrega. Sfrega. Alza la spalla. A questo punto fa scattare la testa di lato, quasi a toccare la spalla. Quindi alza la spalla. E di nuovo scatto della testa. E alza la spalla. E scatto della testa. E ora insieme: spalla - testa, spalla - testa, spalla - testa. E quindi sfrega naso. Sfrega. Sfrega. Sfrega. La valigetta sempre là, immmobile. Intanto lui spalla-testa, sfrega, sfrega, sfrega. Tasta di lato, testa di lato, alza spalla, sfrega naso. Sfrega naso. Alza. Alza. Alza. Sfrega e blocca il braccio sinistro, quello della mano che sfrega, portandolo sotto il gomito destro. Il gomito destro si ribella e si alza. La mano destra lo segue e sfrega il naso al posto della sinistra. Inizia a sfregare di mano destra. Sfrega. Sfrega. Sfrega. E ora in contemporanea la spalla con l'aggiunta di scapola. In avanti. Uno. Due. Tre. Tac. Tac. Tac. Spalla-scapola, tac - tac. Testa di lato a toccare la spalla. Tic. Tic. Tic. Mano che sfrega. Sfrac. Sfrac. Sfrac.
Spallascapola. Tac. Tac. Tac.
Mano sfrega. Sfrac. Sfrac.
Testa piega. Tic. Tic.Tic.
Tac. Sfrac. Tic. Tac. Sfrac. Tic. Tac. Sfrac. Tac. Tic.
Buio.
Arriva la metro.
Tic.
Tac.
Sfrac.
Passo in avanti.
Passo in avanti.
Tac.
Tac.
Tic.
Raccoglie la valigetta.
Si trova con una mano impegnata.
Tac. (scatto attenuato dal peso della ventiquattro ore).
...
Tac.
Sfrac. (sfrega con la mano libera).
Tic. (entra nel vagone)
Tic- tic- tic- ti- ti- ti-ti (si guarda intorno in cerca di un posto libero).
Ta- ta- ta - tac!

Si chiudono le porte.

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venerdì 13 aprile 2007

La maschera trasparente

Scrivo di getto oggi (non penserete davvero che di solito riesca a buttare giù i post in ufficio, soprattutto quelli più lunghi? Vorrebbe dire che non lavoro mai, e vorrebbe dire che ho una grande dimestichezza con la scrittura. E purtroppo non è così).

E oggi vi chiedo una cosa, scusate. A chi mi risponde la maglietta di cui nei commenti al post precedente (a proposito, che bello avere dei commentatori che battibeccano per me, mi sento tanto una dama del '800. Lanciate il guanto di sfida, o cavalieri, e si dia inizio al duello).

Quello che vi chiedo è: voi ci riuscite a lasciare le questioni personali a casa?
No, perchè io no.
Soprattutto se la bomba deflagra alle 9 del mattino. Appena messo piede in ufficio. E ti ritrovi a bisbigliare al telefono accanto ai colleghi che tirano le orecchie per capire cosa è successo. Umana curiosità, anche io lo farei.

E così mi aggiro per i corridoi come uno zombie. Oggi no, la faccia impiegatizia no, quella che è tutto ok sono allineato sono parte del gruppo, no. Oggi la maschera non sta al suo posto. L'elastico è lento. La maschera cade.
Oggi maschera trasparente, oggi quello che è dentro esce. E chi se ne frega. Oggi rivoluzione sociale 2.0. Oggi si scopre che anche gli impiegati hanno una vita dopo il lavoro. Oggi la verità esce fuori: il Re è Nudo. Oggi anche gli impiegati hanno un cuore. Oggi c'è qualcosa che si agita. Oggi corso di sopravvivenza alla vita. Si fa pratica davanti al PC e lungo i corridoi. Oggi avrei voglia di parlar con tutti, anche con gli operai. Forse loro avrebbero una risposta. Oggi il telefono suona e ci si chiude in uno sgabuzzino per parlare. Oggi vorrei che fossero già le 6. Oggi non ci sto proprio dentro. Oggi vedo labbra che si muovono ma non afferro le parole. Oggi avrei voglia di sollevare estintori per 8 ore, anzichè battere i tasti sul computer. Oggi ho la forza di un leone. Oggi capisco che è tutta fuffa qui intorno.

E oggi c'è qualcuno che ha fatto una scelta. In bocca al lupo a te. Anzi, tanta merda, come si dice in teatro. Chi è di scena. O chi è di schiena, come si dice scherzando in teatro. Ah, ah. Risolini agitati. Un ultimo respiro. E che si apra il sipario.

Ogni tanto capita che la Natura si imponga anche sui lavori Contronatura. E la sua forza è prorompente. Non è il caso di opporsi.

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giovedì 12 aprile 2007

Flamenco

Gli abiti tagliati sotto il fondo schiena apposta perchè possano fasciare i fianchi. Trattasi di fianchi larghi e fianchi più magri, ma sempre ben torniti. Ti rendi conto che è uno di modi possibili e interessanti di valorizzare le donne, quello di vestirle con abiti da Flamenco. Con le loro diversità di età, di forma e di atteggiamento, esse con la loro danza rappresentano la parabola della vita. C'è la giovane che prede la vita per le corna e si butta a capofitto nei nuovi passi e nelle nuove esperienze dimenando il sedere, e c'è quella più matura, cui basta uno sguardo o una mossa giusta per stenderti. E ti rendi conto che dove c'è studio e passione, dove c'è rigore e applicazione di regole tramandate, lì nasce qualcosa che somiglia all'arte, lì gli occhi brillano di vita e i visi si fanno espressivi, il passo lascia orme ben precise e la voce si porta dietro una storia.
Le movenze, i passi, le figure poi sono quanto di più bello e vario si possa pensare. La compostezza della parte superiore in contrasto col movimento febbrile dei piedi e della gambe. Capisci che è una fatica immane, capisci che bisogna assolutamente imparare a respirarci dentro a tutti quei movimenti: se sbagli la coordinazione tra il respiro e i passi sei finito.
E poi arriva lui, il ballerino uomo. Ti chiedi come faccia a stringere le chiappe ed andare avanti per delle mezzore. Ti chiedi come faccia a fare tutto quel casino sbattendo i piedi, tanto da stordirti. Le scarpe sono chiodate, ma i colpi che dà sono veri, mica come nel tip tap dove c'è il trucco, che basta puntare il tacco che subito schiocca. E poi guardi lui che balla. Superato il primo imbarazzo e l'istinto alla risata nel vedere quei movimenti inconsulti, entri subito nel gioco. Che è forse il gioco della coppia, anche se lui balla da solo. L'altra sei tu, forse. E dopo un po' capisci dove stia la sensualità di tutto ciò, e arrivi a prevedere il momento della massima esplosione della musica, prima della fine. La danza diventa una chiara analogia con qualcosa che tutti conosciamo. Persino le ballerine si lasciano andare ad un urletto sfiatato prima delle fine, prima della chiusa, e cominci a pensare che non sia un caso. E così avviene l'inevitabile transfer di ogni rappresentazione teatrale, mediante il quale identifichi e proietti tutta una serie di sensazioni su chi sta sopra il palco.
E ogni spettatrice pensa a quanto sarebbe bello se il proprio uomo sbatacchiasse un po' i tacchi per lei in una danza coinvolgente, tutte le sere, appena tornato dal lavoro, con ancora la giacca addosso e le chiavi in mano, per la gioia della propria donna e per il dolore del vicino del piano di sotto che posteggia sempre dove non deve.
E ogni spettatrice con ogni probabilità finirà per chiedersi di cotanto ballerino come sarà a letto.

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mercoledì 11 aprile 2007

Gruppo Vacanze Piemonte

Ebbene si: anche io mi sono lasciata sedurre dalla gita organizzata all inclusive, seppure per una sola mattinata. Banco di Prova dell'esperienza: la città di Toledo. Piacevole e disimpegnato diversivo incastonato in mezzo ai cinque giorni di gita fai-da-te nella città di Madrid, pasquale boccata d'aria extra-ufficio, extra-moenia, e anche extra-me.
Una volta ogni tanto del resto, è umano lasciar da parte snobismo e scetticismo metropolitani e prendere parte ad una gita da Gruppo Vacanze Piemonte, quelle in cui il turista viene prelevato e accompagnato, viene scortato e reso edotto, viene parlato, raccontato, nutrito e caffettato, viene riaccompagnato e salutato. La sua unica preoccupazione deve essere quella insomma di centrare il buco della tazza, quando esortato a liberarsi.
Abbandonato l'orgoglio del "io sono la mia guida, la mia cartina, la mia enciclopedia", ecco che mi ritrovo all'interno di un nutrito gruppo di partecipanti armati di cappellini e fotocamere. La rosa degli auto-selezionati dalla pigrizia comprendeva i migliori esemplari delle principali categorie turistiche.
La famiglia giapponese. In fila per tre col resto di zero. Zampettano zelanti dietro la guida. Odio lui che rapidissimo alza il braccio come fosse una katana quando la guida chiede se c'è qualcuno che parla inglese, e lo odio ancor di più quando annuisce come un soldatino ad ogni singola parola di spiegazione. Odio la moglie e l'indifferenza sciatta con cui abbina una tuta da casalinga del Maine con una borsa di Vuitton del costo di millecinquecento Euro suppergiù.
Madre e figlia anglosassoni. Alte e indipendenti, jeans e zaino sulle spalle, uno a testa, perchè ognuna porta il suo fardello ed è bene che la ragazza lo impari presto che il nido è fatto per essere abbandonato. Entrambe rigorosamente con sandalo senza calze. E fa un freddo becco.
La famiglia di Roma. Ahò na volta questa era tutta 'na colonia romana. Ebbene si. Noi ragazze del Nord amiamo l'accento romano. I romani del gruppo sembrano svagati, eppure seguono tutte le spiegazioni. Il padre si informa sul prezzo delle spade. E in un negozio di Damaschino (oggetti tipici di acciaio lavorati con fili d'oro, tipicamente piatti) non si vergogna a domandare "Che c'avete 'na scacchiera?"
Le tre signore napoletane. Probabilmente tre insegnanti. Una delle tre in pullmann non fa altro che giocare col telefonino, inframmezzando gli schemi a tetris con telefonate da e per Napoli. Il tutto commentato ad alta voce con le amiche, per la gioia di chi cerca di carpire l'anno in cui Toledo cessa di essere capitale della Spagna: "Dice Isabella che ci sta 'nu sole esaggerato!". Una delle amiche , per dare una mano a Madre Natura che le ha fatto un labbro superiore troppo sottile rispetto a quello inferiore, ama rimarcarne ed estenderne il confine fino quasi al Territorio del Naso avvalendosi di gommoso e lucido rossetto color fuksia. Tutte e tre col capello fresco di Parrucchiere, anzi, di Peluqueria.
Moderne maschere del turismo. Commedia dell'arte de' nostri tempi. Mancava forse solo il meneghino, il bauscia milanese.
La nostra guida: una novella Carmen Maura nella versione grottesca de "La Comunidad". Usa due dita rivolte al cielo per indicarci la via - per il resto, chi si perde è fottuto- e fuma ogni sigaretta come se fosse l'ultima. A ragione, ritiene che sia peccato mortale l'uso del flash stampato sui dipinti de El Greco e punisce tutta la classe per l'errore di un singolo, obbligando il gregge ad uscire dalla stanza del museo in fretta e furia.
E di qui, spiegazioni di monumenti, storia, personaggi, quadri e paesaggi, un po' ridotte allo stile curiosità, allo "Strano ma vero" della Settimana Enigmistica, se vogliamo proprio muovere un appunto (il quarto personaggio da destra è il pittore medesimo, mentre l'uso del rosso deriva dalla scuola italiana).
Tuttavia, sono forse le curiosità quelle che rimangono impresse nella nostra testona di turisti. Tutta quella storia e quell'arte devo senz'altro averla già percorsa sui banchi di scuola, calcandoci sopra con righello e penna. Eppure, che cosa ricordo? Nulla, o poco. Si tratta di analfabetismo storico-culturale di ritorno? O solo soffitte della memoria da rispolverare? O forse un pretesto per vedere le cose in un modo diverso, che non sia suddiviso in paragrafi? La risposta - forse - nelle prossime puntate.

Certo avrei quasi voglia di sfogliare di nuovo l'Argan, il temutissimo libro di storia dell'arte. Chi ci ha studiato sopra sa cosa vuol dire non capire nulla di un quadro. E non capire nulla delle parole usate per farti capire il quadro.

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sabato 7 aprile 2007

Museo Nacional del Prado

Decuco che ai tempi di Tiziano la vita per le donne formose fosse piu' facile. Piu' prominente la panza, piu' cellulitico il sedere, piu' rotonde le braccia, piu' belle erano.
E i nobili indossavamo pantaloni con apposito sacchettino contieni pacco, di forma e dimensioni realistiche. Data l'evidenza, forse le stesse donne formose potevano evitare brutte sorprese.
Bei tempi.

Buona Pasqua a tutti
Tengi

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venerdì 6 aprile 2007

Una banalità (che però fa sempre discutere)

Come mai, non appena una donna si mostra particolarmente scontrosa o acida sul lavoro (ma non solo!) viene tacciata di "iena lunatica", "schizzata paranoica", "donnetta impulsiva affetta da PMT"?
Mentre invece se è un uomo ad essere incazzoso, burbero, permaloso, il suo atteggiamento è considerato come la naturale conseguenza di seri problemi sui massimi sistemi o espressione di forte personalità e quindi comunemente accettato?
Premetto che non sopporto le donne che per darsi un tono si mostrano sempre ombrose, scostanti, e che infarciscono i propri dialoghi telefonici di parolacce degne di uno scaricatore di porto. Tuttavia, non le giudico iene mestruate. Le giudico sfigate, così come gli uomini che arrivano a scrivere parolacce ai colleghi via mail con mezzo mondo in copia conoscenza, tanto per far capire che con loro non si scherza.
Detto ciò, è vero che se talora reagiamo in maniera impulsiva, abbiamo i nostri motivi. Uno di questi è che se osiamo aprir bocca qualcuno subito ci dice "come sei acida, non hai trombato"? E la cosa ci fa incazzare ancor di più.
Inoltre, la mia fantastica esperienza lavorativa mi ha spesso portato a contatto con colleghi uomini che reagiscono in base alle loro altalenanti lune mattiniere, pomeridiane e serali, e che a volte ti trattano come una merda a volte ti portano il caffè, così, con una periodicità priva di alcun senso se non quello che segue le maree. Altro che PMT, ragazzi.
Vogliamo generalizzare? Facciamolo. Potrei dire che le donne incamerano a lungo per sfogarsi all'improvviso con mesi di ritardo e senza alcuna ragione apparente, e che gli uomini invece sfogano sempre tutto subito e poi dimenticano. Forse è vero: se è un luogo comune un motivo ci sarà. Forse è vero che gli uomini dimenticano subito, mentre le donne restano incazzate per giorni interi (che non sono necessariamente "quei" giorni).
Abbiamo i nostri motivi. E forse se non li spieghiamo è perchè riteniamo più conveniente essere considerate "iene" piuttosto che spiegare il motivo di incazzatura e trovarci a dover fare i conti con molte cose. Meglio sorvolare, alle volte.

Ah, per la cronaca, oggi mi girano vorticosamente le balle.

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giovedì 5 aprile 2007

Freddure d'Ufficio*

- Ragazzi sapete da dove viene il nome Java?
- Certo, è un'isola dell'Indonesia!
- Ma no invece! E' un fiume!
- Come un fiume, non è possibile, è un'isola!
- Ma scusate, non si dice scorre Java nel suo letto?

*questa è una di quelle che arrivano dopo

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Il Rastrello

Non ho capito dove sta scritto che, se decido con la mia dirimpettaia di andare a mangiare, devo per forza passare a rastrellare tutti i colleghi del piano. Eppure, bisogna farlo. Imprecando sottovoce, ma pare che bisogna farlo. E l'attraversamento del corridoio che porta alla tanto agognata uscita diventa un'estenuate via crucis:

Stazione 1. Aspetta Flash che saluta il cliente
Stazione 2. Aspetta Gina che va a fare la pipì
Stazione 3. Aspetta Bla Bla che finisce la riunione
Stazione 3. Aspetta Nerd che va a ritirare una stampa all'ultimo piano
Stazione 4. Aspetta Pelatoner che manda una mail
Stazione 5. Aspetta Tip Tap che finisce di digitare sul PC (probabilmente una chat)
Stazione 6. Aspetta Gne Gne che si soffia il naso
Stazione 7. Aspetta Cip che va a chiamare Ciop che sta al II piano
Stazione 8. Aspetta Ciccio che gli si è scaricato il cellulare ed è a caccia di un carica batteria
Stazione 9. Aspetta Bronto che aspetta Manzo che installa la fotocopiatrice
Stazione 10. Aspetta Neuro che si piglia la pastiglia
Stazione 11. Aspetta Pitagora che conta quanti ticket gli sono rimasti
Stazione 12. Aspetta La Lunga che fa l'ultimo conto (2+2)
Stazione 13. Aspetta Il Tristo che si annoda la sciarpa
Stazione 14. Nel frattempo mi è suonato il telefono. Questione squisitamente personale. Che aspettino.

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mercoledì 4 aprile 2007

La Fonzarelli delle scale mobili

Ciascuno di noi possiede un'abilità particolare.

La mia è quella di riuscire ad avviare al primo colpo le scale mobili della metropolitana. Mi avvicino rapida a passi lunghi e ben distesi, punto il tassello mobile che si trova per terra, prima del primo gradino, calibro in fase aerea la pressione che andrò ad esercitare e ci salto sopra caricando il peso sul tallone. Tac, la scala riparte senza farmi perdere tempo. Al primo colpo, come quando Fonzie apriva col pugno la porta del cesso da Arnold's.
Supero in velocità la vecchietta che è lì da mezz'ora che pestacchia il pavimento con la scarpina, come se stesse cercando di schiacciare una cimice.
Mi volto verso di lei, le sorrido inclinando la testa di lato, alzo il pollice e le faccio "Heiiiiii!".

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martedì 3 aprile 2007

Scene da un meeting

Scena 2: il dopo cena.
Diciamocelo. Le serate che finiscono a "quattro amici, una chitarra e uno spinello" sono di una tristezza imbarazzante. Soprattutto se manca lo spinello.

Tempo di alzarsi da tavola, e già i colleghi adunansi nella saletta appositamente riservata per far casino e divertirsi tutti insieme. Questa almeno era l'idea.

I colleghi chitarristi attrezzati di tutto punto per la soirèe erano ben due. Sono sempre in due, se ci fate caso. Di solito quello meno abile dei due, semplice e buontempone, è relegato al ruolo di chitarra ritmica, all'accompagnamento. C'è da dire però che se gli chiedi "fammi le bionde trecce!" oppure "suonami certe notti!" lui si mette d'impegno con la lingua che sporge tra i denti, e poco dopo ti propone soddisfatto gli accordi mettendoti nelle condizioni di cantar tutto quello che vuoi, buonanima.
E poi. E poi c'è lui, Il Chitarrista. Ai suoi piedi, nella custodia, una chitarra rigorosamente classica, che lui impugnerà con estro sapiente secondo la corretta posizione di chi ha studiato l'arpeggio, mica come gli sfigati che hanno imparato a suonare col Canzoniere. A lui è lasciata, per tacito accordo, la direzione artistica della serata. Il chitarrista ritmico segue, ossequioso e sorridente, il suo idolo.
Bene. Si comincia con qualcosa di ritmato. Tarantella o pizzica, insomma ritmo popolare, per dar modo ai musici di scaldarsi le dita, mentre tutti gli altri si radunano a cerchio attorno a loro. Dopodiché, Il Chitarrista decide che è ora di esercitare i polpastrelli su qualche assolo di Eric Clapton. Attacca Layla, non si sfugge. Unica tra tutti i presenti, riconosco il brano. Glielo faccio notare con un sorriso, così, per fare un po' la simpatica. Lui non mi degna di commento, mi lancia solo uno sguardo obliquo di sufficienza. Cominciamo bene. Capisco che gli ho rovinato la festa, perché lo scopo degli assolini di Eric Clapton è da sempre quello di intimidire il pubblico e farsi riconoscere quale musicista esperto. Da notare, Egli si limita agli assoli introduttivi. Guai, a farci cantare una strofa.
Dopodiché, il Nostro decide di abbassare il tiro e di farci sentire qualcosa di nazional-popolare. Vasco. Oh, bene, magnifico, si canta, finalmente. Vasco, porca miseria, lo conoscono tutti. Macché. Tira fuori dal cassetto un repertorio di brani sco-no-sciu-ti, che secondo me manco Vasco si ricorda di aver scritto. Ringalluzzito vieppiù dal fatto di vederci spaesati su un mostro sacro come Vasco, il Bastardo improvvisa un simpatico gioco a premi chiedendoci a più riprese "indovinate qual è questa". Impossibile azzeccare i brani. Roba da matti. Niente Tofì o Sabri, niente Sally o Brava Giulia. Arrivano Giusy, Maria, Roberta. Ma chi cazzo sono queste? Forse è Peppino di Capri, ci sta tendendo un trabocchetto. Risultato, nessuno osa partecipare al quiz. Lo Stronzo allora spinge sull'acceleratore dello spregio e canta – da solo - con passione, imitando le esatte sfumature della voce di Vasco. Se la canta e se la suona. Stringe gli occhi a fessura, arriccia il naso nello sforzo dell'acuto, fa vibrare il labbro inferiore. Lo potesse cogliere un attacco di cagotto fulminante.
Tra il pubblico inizia a serpeggiare una certa insofferenza. Piovono richieste, le più disparate. Il Nostro non ne ascolta nemmeno una. Anzi, insiste coi brani da cultore e dà di capo al chitarrista ritmico affinché non si lasci distrarre dal volgo e lo segua con un adeguato accompagnamento armonico.

L'evidenza che salta agli occhi – e alle orecchie - è che Il Chitarrista accenna miriadi di canzoni e non ne porta a termine neanche mezza. E' sempre così. La storia infinita delle serate a quattro amici e una chitarra. Dapprima accenna una canzone con arpeggino. Poi prende il via, il pubblico si esalta e comincia a cantare. Proprio quando il gruppo comincia a ingranare, ecco che a Lui manca l'accordo per continuare. Lo cerca, spostando le dita sulla tastiera in 150 posizioni diverse, senza mai guardare la mano, per fare quello che gli accordi li cerca ad orecchio. E infatti li cerca ma non li trova. Oppure, accade che nel momento di massima esaltazione onanista, Lui si perda da solo in un arpeggio di propria invenzione, che non riesce più a chiudere nel rispetto dell'armonia classica e senza scadere nel cacofonico. Tipicamente il musico, per uscire dall'empasse, finge a questo punto di avere un sasso nella scarpa, o un po' di sabbia nel sandalo (nei casi di falò in spiaggia), o altro che lo infastidisca, come una sciarpa di troppo o una zanzara sul collo. Coglie quindi l'occasione per interrompere bruscamente il pezzo. La reputazione è salva. Nessuno dirà mai che non è buono a suonare. Cambia canzone. Gli altri disorientati non sanno più che cosa cantare. E via così. Quante serate buttate, ragazzi.

A questo punto, il pubblico inizia giustamente a scazzarsi di brutto. Qualcuno vocifera "Beatles". Mi faccio portavoce dei desiderata della maggioranza, cazzo, che siamo in 20 contro 1, e gli chiedo se suona qualcosa dei Beatles. Terreno fertile e conosciutissimo. Non credo a quello che sento: fa una smorfia e dice "no". Dice "no". Ci credereste?... E' guerra.
Mi guardo intorno. Uno degli astanti si era portato un digeridù. Avete presente quei tuboni di bambù che si trovano alla Fiera di Senigallia? Di solito quelli coi capelli rasta ci suonano dentro e producono dei suoni tipo nave che salpa dal porto di Livorno. Bene, chiamo il collega proprietario del cannone, che nel frattempo stava cercando di creare un tappeto adeguato agli assoli del Divino, e gli chiedo se mi fa provare. Lui acconsente. Mi spiega: bisogna spernacchiare col labbro a paperino dentro il tubone. Provo. Suona! Complimenti del collega. Mi esalto. Spernacchio a più non posso. Manifesto così il mio bavoso dissenso verso la conduzione della serata, facendo salpare una flotta intera di navi dal porto di Marghera mentre il Musico Della Domenica prosegue imperterrito il suo monologo masturbatorio.
Ed ecco che avviene l'incredibile. Il Nostro si lamenta. Ce l'ha con me, cazzo. Dice che non riesce a suonare con una nota continua di sottofondo. Io trasecolo. Ma come, suonava il tuo amico e non hai detto nulla, spernacchio io e ti dà fastidio? Fastidio de che poi, che non finisci una canzone manco a pagarti il cachet di Toquino?

Morale di questa aberrante serata. In due ore e passa di seduta non si è riusciti a cantare una strofa per intero. Nemmeno una, giuro. Se ci penso mi girano ancora le balle. Unico momento di gloria è stato quando al chitarrista ritmico gli si è rotta un corda. Il nostro Magnifico ha subito preteso di scambiare le chitarre e si è buttato anima e corpo a sostituire il Mi e raccordare lo strumento. Apre la custodia ed estrae una serie di strumenti specifici, tra cui una forbicina che a vederla parrebbe adatta a tagliare i peli del naso. Afferma a gran voce che la dotazione che noi vediamo fa la differenza tra un "musicista" e "uno che suona la chitarra". Bocca mia statti zitta.
Dio vuole che, mentre il Divino Supremo si trovava impegnato a riassestar lo strumento, il Ritmico prendesse il controllo della situazione, riuscendo ad accompagnarci per ben due canzoni scelte dalla plebe. Poco dopo, il Divino riprese la situazione in pugno e non ce ne fu più per nessuno.

Dal momento in cui mi hanno tolto dalle mani il digeridù e fino a quando non ci hanno cacciati dalla sala, ho dovuto accompagnare il triste soliloquio musicale col tamburello. Moderno contrappasso dantesco per chi pecca di Superbia. La schiena curva e rassegnata, lo sguardo perso nel vuoto, ogni tanto un colpetto ai sonaglini, riflettevo su come queste serate siano tutte uguali, tutte di una tristezza infinita.
Mai più, ho giurato a me stessa.
E ho rivolto un ultimo pensiero a quel John Belushi che, vestito di toga bianca in Animal House, si faceva portavoce contro tutti i soprusi di migliaia di serate come questa, strappava la chitarra dalle mani del Musico di turno e gliela fracassava violentemente contro il muro.

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lunedì 2 aprile 2007

Scene da un meeting

Scena 1: l'albergo
Diciamocelo. Il bello delle camere d'albergo è che puoi fare un casino pazzesco che tanto non sei tu a dover sistemare ogni cosa.

La questione di bonton in cui vi ho coinvolto nei giorni scorsi su come comportarsi nella condivisione di camera d'albergo, si è rivelata per fortuna un falso problema.
Infatti, data la disponibilità di alcune camere in più, il capo supremo ha dato disposizioni affinché le signorine fossero messe in condizioni più comode e agiate. Si sa, noi donne abbiamo le nostre cosine, i nostri piccoli segreti imbarazzanti… Al mio arrivo, l'impettito impiegato della Concierge mi spiega tutto quanto (non la storia delle "cosine" femminili, s'intende, …) e mi consegna la mia card dandomi della "signora".
Prendo la card in mano e la osservo per capirne il verso. Alzo lo sguardo a puntare l'immensa hall dai pavimenti di marmo e dai ricchissimi decori a base di conchiglie. Cosa? Ho capito bene? Sono da sola?
Mi dirigo veloce verso l'ascensore con valigetta rotellata al seguito. Plinplon. Entro. Buongiorno, buongiorno. Due tipi: un lui e una lei. Lei bionda dalla ricrescita graffiante, un po' tendente al zoccolame, un po' volgare, devo dirlo, mi perdonerete. Lui occhiali scurissimi, capello alla Briatore, giacchetta marittima e scarpini da barca. Pensavo che gente così esistesse solo nei film di Jerry Calà, e invece. Un veloce pensiero al fatto che lui dovrà sborsare qualcosa come 600 Euro per lo sforzo di una furtiva ciulatina, data l'età. C'è chi può. Plinplon. Arrivederci, arrivederci.
Mi dirigo alla mia chambre. Entro con circospezione. Non c'è nessuno, a parte… la TV accesa. Oddio! Sono in una scena di The ring!!! Mi avvicino e leggo sullo schermo "Welcome, Miss Tengi!" Aaaaargh! ma che è? Qualcuno mi osserva. Istintivamente mi guardo attorno. Adesso dalla TV uscirà Samara coi capelli bagnati e io mi paralizzerò dove sono e proverò a reagire senza riuscirci e lei mi ucciderà. Dio, mi ritroveranno i colleghi tutta incartapecorita con un'espressione orribile sul volto e sarò bruttissima.

Dopo questa scena da campagnola ingenuotta, ho pensato bene di esporre i miei timori ai colleghi, poco dopo. Ho scoperto che si tratta di un normalissimo benvenuto che gli hotel danno ai loro ospiti grazie ad un sistema di tele-digitale-identification-remoting-control-courtesy-welcome-salcazzo. Ma che ne so io? Mica vivo negli alberghi di lusso! C'è stato un tempo in cui ero di casa all'albergo Carletto di Genova ma, ahimè, ora l'hanno chiuso.

Comunque, diciamocelo. Il bello delle camere d'albergo è che puoi far un casino pazzesco che tanto non sei tu a dover sistemare ogni cosa.
Nel tardo pomeriggio salgo in camera per prepararmi per la cena. Scelgo il cambio Sanremese che avrei indossato e mi concedo di buttare tutti i vestiti scartati all'aria. Pantaloni sul letto, calze sulle sedie, perizomi appesi alle maniglie delle porte, giarrettiere sulla televisione. Non le uso le giarrettiere, le ho portate solo per il gusto di lanciarle sulla televisione.
Mi dirigo cattiva e determinata verso il bagno. Esploro il set di prodotti fornito dall'albergo, pensando a cosa mi sarei fregata il giorno dopo. Prodotti griffati, sticazzi. Vedo una cosa blu sul bordo della vasca. La curiosità che ci coglie nelle camere dall'albergo è demoniaca. Con gli occhi iniettati di sangue apro la confezione, scarto, straccio tutto con dita impazienti. Un cuscinetto gonfiabile di alkantara, di quelli con l'incavo per la testa, da aereo. Non so a che serve, ma lo gonfio. In albergo bisogna provare tutto. Soffio, soffio, soffio, e mi gira la testa. Mi siedo sullo sgabellino per non svenire, e butto l'occhio sulla vasca. Una pulsantiera… bottoncini… i-dro-mas-sag-gio!!!
Scatto in piedi: ora so come dare un senso alla fascia preserale. Vado al comodino. Trovo le ciabattine di spugna dell'hotel. Scarto, strappo e me le provo. Che chic. Mi spoglio. Riempio la vasca. Libidine. Accendo Mtv e accenno qualche passo in mutande e reggiseno. Vado fuori sul balcone. Sono in mutande, chissenefrega. Guardo il mare: bello, cazzo.
Rientro. Mi dirigo alla vasca. Metto nell'acqua i sali, metto il bagno schiuma, metto tutto quello che trovo. Ci avrei messo pure il gin del frigo bar.
Qualche minuto dopo, sono immersa nella vasca tra montagne di schiuma e bollicine. Un getto massaggiante sulla schiena, uno sui piedi e due sulle chiappe. Mp3 nelle orecchie, capelli raccolti, e cuscinetto. Poi mi stufo del cuscinetto e uso un asciugamano, come ho visto fare da Julia Roberts in Pretty Woman. Per rimanere fedele alla parte, canticchio "bebi, iù culd me maaaaaain!...".
Dopo un po', comincio ad annoiarmi. Prendo il telefono (aziendale) e telefono, mando messaggi, per far rosicare qualche amico che in quel momento è al lavoro. Dopo un po', mi viene sonno. Mi abbandono ad una ronfata a bocca aperta nella vasca. Mi sento tanto Sue Ellen.
All'ora stabilita, esco. Bagno un po' per terra ma chissenefrega, non pulisco io. Dispongo di una fornitura di asciugamani da caserma. Decido che nella mia giornata da vip non è consigliabile soffrire quel fastidioso freddolino che ti coglie all'uscita dalla vasca. Prendo gli asciugamani e ne uso uno per la testa uno per spalle uno per il corpo e uno per i piedi. Terminata l'asciugatura, getto gli asciugamani tutti stropicciati in giro.
Mi siedo sul letto per darmi la crema. Canticchio una canzone francese, perché mi sembra che ci stia bene. Guardandomi intorno, noto che è come se la mia valigia fosse esplosa e il contenuto proiettato nei diversi angoli della stanza. Scelgo il mio cambio pigliandolo un po' di qua e un po' di là. Mi provo le scarpe (3 paia me ne sono portata), e quelle che scarto le butto per aria con stizza studiata ad arte.

Quasi pronta, mi aggiro per la stanza con aria insoddisfatta (perché i vip hanno sempre un'aria insoddisfatta). Nel casino della valigia trovo gli orecchini che cercavo e mi rassereno. Tuttavia mi sento un po' annoiata (perché i vip hanno sempre un'aria annoiata). Sento che ho bisogno di bermi qualcosa (perché i vip bevono sempre qualcosa). Spero sul serio che la serata sia divertente (perché i vip hanno sempre bisogno di serate divertenti), sennò che cosa l'ho fatto a fare l'idromassaggio?
Quindi decido che è ora di piantarla di fare la cogliona fingendo di essere una vip. Mi gratto distrattamente una chiappa ed esco.

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